La questione politica dell’OPG

Quando parliamo di OPG, di che tipo di istituzione parliamo? Quali poteri sono coinvolti? L’OPG è una pura eccezione, è soltanto un residuato dell’epoca dei manicomi, è soltanto l’eredità di un sistema penale antiquato? In altre parole: l’OPG è una istituzione che semplicemente resiste alla necessità di un suo superamento (chiusura, riforma)? Non è proprio così, anzi non è per niente così. Oggi, soprattutto oggi, l’OPG dovrebbero invece essere pensato piuttosto come un modello, o almeno come un punto di riferimento, per altri luoghi (o meglio: per altri “non-luoghi istituzionali”) di internamento, luoghi sempre meno marginali, come ha scritto di recente Salvatore Verde:

“Quanti posti del genere esistono oggi negli spazi del nostro vivere? Di certo dobbiamo tenere conto delle celle delle caserme delle varie forze dell’ordine, dei campi di internamento per gli immigrati, delle zone detentive degli aeroporti, dei repartini psichiatrici ospedalieri, delle stanze di contenzione e di isolamento delle carceri e dei manicomi criminali. Ma anche delle strutture che “ricoverano” anziani, minorati, tossici, abbandonati e perseguitati, e in quella miriade di “servizi” definiti “cliniche” che ricevono, in subappalto, mandati di cura, recupero, rieducazione e riabilitazione per la copiosa umanità che costituisce l’eccedenza sociale”.

Anche in questo senso, più ampio e più “pericoloso” rispetto al pensare l’OPG come un semplice problema sanitario o “umanitario”, ci troviamo di fronte a un problema innanzitutto politico. Il convegno che si è tenuto a Reggio nello scorso settembre, e organizzato dalla Federazione della Sinistra, ha posto senza dubbio diverse questioni politiche legate all’emergenza OPG – emergenza nazionale, ma per noi prima di tutto emergenza reggiana: la mancanza ormai drammatica di risorse pubbliche per la cura e l’assistenza sanitaria, la mancanza, di conseguenza, di prospettive per chi è internato, ma prima di tutto le condizioni di vita a dir poco precarie dei ricoverati e di chi si occupa di loro (come lavoratore e come volontario). In una formula: il problema politico è quello di una istituzione radicalmente violenta (e spesso ridotta a un sistema di violenze gratuite e arbitrarie, fuori dal diritto).

Un’ottima occasione, dunque, questo convegno, come troppo poco spesso ne capitano a Reggio. Un’occasione che fa pensare una volta di più al fatto che l’emergenza degli OPG sia prima di tutto un’emergenza di informazione, della mancanza di conoscenza: far conoscere cosa è oggi l’OPG, parlarne, ma specialmente attraverso le parole di chi vive in OPG e di OPG. Non accontentarsi, allora, delle parole istituzionali (politiche, tecniche..). Cercare di raccogliere, e far emergere, la sopravvivenza quotidiana, anche minuta, in OPG (e nonostante l’OPG).

Permettetemi un ultimo riferimento. All’inizio degli anni Settanta, in Francia, nasce, per iniziativa di un gruppo di intellettuali e militanti politici (il più noto era Michel Foucault), il GIP (Groupe d’information sur les prisons). Questa è una parte del manifesto di presentazione del gruppo (dell’8 febbraio 1971):

“Si pubblicano poche informazioni sulle prigioni: è una delle aree nascoste del nostro sistema sociale, uno degli ambiti oscuri della nostra vita. Noi abbiamo il diritto di sapere, noi vogliamo sapere. Ecco perché, insieme a magistrati, avvocati, giornalisti, medici, psicologi, abbiamo formato un Gruppo d’informazione sulle prigioni. Noi ci proponiamo di far sapere cosa è la prigione: chi ci finisce; come e perché ci si finisce; che cosa vi accade, cosa è la vita dei prigionieri, e anche quella del personale di sorveglianza; che cosa sono i fabbricati, l’alimentazione, l’igiene; come funzionano i regolamenti interni, il controllo medico, i laboratori; come se ne esce e cosa significa, nella nostra società, uno di quelli che ne sono usciti. Queste informazioni non le troveremo nei rapporti ufficiali. Le chiediamo a coloro che, qualsivoglia titolo, hanno un’esperienza della prigione o un rapporto con essa. […] Non è nostro compito suggerire una riforma. Noi vogliamo semplicemente far conoscere la realtà. E farla conoscere immediatamente, quasi quotidianamente, perché il tempo incalza. Si tratta di porre in stato d’allerta l’opinione pubblica e mantenerla vigile”.

Che cosa può significare, oggi, a Reggio, un programma così ambizioso? Significa io credo anzitutto lavorare – anzi continuare a lavorare, come già fa questa rivista – sulla strada di un avvicinamento fra l’OPG e la città. Volendo semplificare un po’, ecco che allora potremmo dire che è oggi più che mai urgente favorire una informazione concreta, umana, ma pur sempre politica, sull’OPG – e mi scuso se queste parole potranno suonare un po’ astratte, e quindi un po’ inutili, a chi conosce già bene questa realtà. Una informazione concreta, che si occupi delle condizioni materiali di esistenza degli internati; ma che sia anche umana (non ho trovato un aggettivo migliore), che parta dai loro bisogni, che faccia proprio per quanto possibile il loro punto di vista, dando loro il diritto di parola e di critica. Ma tutto questo deve pur sempre inserirsi in un discorso politico. Ciò che conta, per chi entra in contatto con gli uomini-OPG, in un luogo e in un momento preciso, con singole persone che hanno anzitutto un nome e un volto, è non perdere mai di vista il contesto (sociale, economico, ma anche ideologico) che permette all’OPG di resistere, come dicevamo. Per questo, accanto al tema della salute mentale, è importante non dimenticare mai che l’OPG appartiene allo stesso modo, se non di più, al mondo del carcere, della penalità, della sicurezza, nonostante i recenti passaggi amministrativi che lo hanno portato nel campo sanitario. Anche se non bisogna rifugiarsi nei discorsi generali, occorre chiedersi: in mezzo a quali dispositivi ogni internato si trova oggi ad essere un oggetto? Psichiatria, criminologia, giurisprudenza certamente, ma non tralasciamo il ruolo dei mass media e della comunicazione politica in particolare (la sicurezza, gli uomini pericolosi…).

L’OPG è uno strumento di disciplina e di controllo sociale che si inserisce nel campo più ampio della “società penale” attuale (uso politico della devianza, disciplina, ipocrisia dei percorsi rieducativi e di reinserimento…). Questione politica è continuare a studiare l’OPG, tentando di far dialogare i diversi punti di vista, quelli di ognuno dei soggetti coinvolti nell’internamento, più o meno direttamente: gli internati ovviamente, ma anche i loro familiari, le persone che entrano in OPG per fare volontariato, il personale della polizia penitenziaria (quello più “sensibile”, semmai). Studiare l’OPG attraverso lo strumento, minimo se volete, dell’inchiesta. Allestire inchieste parziali, dedicate a temi precisi, da usare appunto come materiale di lavoro per attirare l’attenzione degli “altri”, di quelli che stanno fuori, di quelli che non conoscono ciò che ci appare oggi intollerabile.

Un passo in questa direzione può essere allora chiamare a raccolta tutte le persone (associazioni, gruppi, singoli) che si occupano di OPG, che dedicano tempo all’OPG; creare anche a Reggio una rete informale che raccolga informazioni sull’OPG e cerchi in ogni modo di farle uscire oltre il proprio circuito, per coinvolgere altri; e per dire che l’OPG è una terribile emergenza sociale e di diritto, e quindi politica.

Francesco Paolella
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