Prete da galera

Con quel filo di voce domerebbe anche Fra Diavolo. E, in effetti, altro che i briganti ha ammansito credendo nella forza della parola. Come quando andò a dir messa nel braccio del carcere in cui erano stipati i terroristi. Il direttore di San Vittore glielo aveva sconsigliato, “quelli sono tutti atei”.

La celebrò in perfetta solitudine, in un silenzio di gelo. E al direttore che, saputo com’era andata, lo invitava a trarne le conseguenze, rispose che tutto sommato l’esperimento aveva funzionato. Nessuno aveva fatto fracasso per boicottarlo. Nessuno aveva lanciato bestemmie d’ira o di scherno dalle celle. Così ci riandò. E poi ci riandò ancora. Finché se ne trovò qualcuno vicino. Finché qualcuno servì messa. Con lunghe discussioni durante la predica.

Il filo di voce si chiama Luigi, don Luigi Melesi. Ed è originario della Valsassina, provincia di Lecco, dove l’altra sera ha tenuto inchiodate centinaia di persone raccontando la sua vita di “prete da galera”, come recita il titolo del libro che lo ha per protagonista. Un prete che ha avuto un punto di osservazione tutto suo sull’Italia di questi tempi e di tempi ormai lontani, visto che a San Vittore – nella veste di cappellano – ci sta da più di trent’anni e che prima ha vissuto presso il riformatorio Ferrante Aporti di Torino e la casa di rieducazione di Arese. Frequentando rapinatori, terroristi, mafiosi, ladruncoli di strada, immigrati clandestini, semplici balordi, detenuti eccellenti dal colletto bianco candido. Raccogliendo confidenze, portando un barlume di conforto, aiutando impossibili redenzioni, incoraggiando confessioni, provando ad ammansire gli errori della giustizia. E cercando di non avere mai una casacca addosso, neppure quella dell’associazione più benefica. Di essere, come dice, uomo spoglio di tutto tranne del Vangelo. Le storie che racconta hanno sempre qualcosa di incredibile, sembra al profano che solo il carcere le sappia e possa produrre. “Una sera avevo davanti a me alcuni rappresentanti delle forze dell’ordine. Dissi qualcosa sul carcere e sui nostri doveri verso i detenuti. Alla fine venne da me un carabiniere e mi disse che provava un senso di colpa. Durante la giornata lui e dei suoi colleghi avevano fermato quattro giovani in un bar ma uno solo era stato portato a San Vittore. Aggiunse che secondo lui era quello che c’entrava meno e che gli avevano fatto pagare solo la reazione più nervosa e indisponente. Che era in pensiero per lui. Così il mattino presto andai a San Vittore e chiesi di questo ragazzo, lui venne, confermò di essersi trovato nel bar per caso, che non c’entrava niente con gli altri tre, era il figlio di una persona importante. A un certo punto, quasi incredulo, mi chiese chi mi avesse mandato in quel preciso momento. E mi rivelò che la guardia era andato a chiamarlo proprio mentre si stava suicidando. Mi disse di andare su in cella a controllare, che avrei trovato i lacci già legati all’inferriata”. Di queste storie incredibili la vita di don Luigi è piena. Come quando assistette spiritualmente Giordano Dell’Amore, ottantenne ex rettore della Bocconi finito a San Vittore negli anni ruggenti di Tangentopoli, trovato in ginocchio nella cappella e poi assolto con formula piena. O quando, dopo il segno di pace scambiato alla fine di una messa, un boss incriminato per un omicidio provò fulmineamente vergogna della propria vita: e si decise a confessarne trentacinque di omicidi, e i giudici non gli credettero e gli avvocati ne risero perché ormai si era fatto la fama dell’imputato strafottente e inaffidabile. O come quando i brigatisti lo avvertirono che tre carceri erano imbottite di dinamite pronte a saltare e a Roma non volevano credergli. O quando nel 1982, sempre i brigatisti, decisero di lasciare le armi presso l’arcivescovado di Milano. Erano gli anni del cardinale Martini, che per don Luigi stravedeva. L’opinione pubblica nazionale rimase impressionata per quel ritrovamento; per quel gesto di resa, certo, a valori superiori. Che però erano quelli della Chiesa, non quelli dello Stato.

Il mondo intero è passato davanti a questo prete. Il quale dei giudici non porta in realtà un buon giudizio. Trasmette questo suo pensiero con toni lievi ma se ne sente in pieno il dramma. Perché ogni mancanza di scrupolo umano o professionale ha conseguenze che lui ben conosce. Non si sogna nemmeno di portare legno alla fascina del capo del governo, non sono gli interessi dei potenti che lo scuotono, ma le sofferenze degli ultimi, compresi i potenti che tra gli ultimi finiscono. Non che non abbia il metro del male. “Un giorno mi sorpresi che quel mafioso potesse uscirsene libero per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva. Com’era possibile, con tutti i reati che aveva confessato? Lo chiesi un po’ turbato a un magistrato. E lui mi rispose che la colpa era dei suoi colleghi che in tanti anni non erano riusciti a processarlo nemmeno per un reato minore”. Ma certo se gli chiedete da che parte sta, lui vi risponderà che sta con la persona che si trova dentro ogni detenuto. Nella ricerca di quella persona si è speso per decenni. Finché un giorno la fatica ha presentato il conto. Un aneurisma lo ha mandato in coma. Un intervento disperato all’aorta. Per settimane, mesi, non si è capito se si sarebbe mai ripreso. Una riabilitazione difficilissima. La voce si è fatta più flebile, è diventata ancora più soffio. Quando è rientrato a San Vittore a dir messa, la folla degli ultimi della terra si è fatta tripudio. Da mesi lo aspettava un cartello grande quanto una lavagna: “don Luigi preghiamo per te”.

Nando Dalla Chiesa – il Fatto Quotidiano, 6 giugno 2010
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