Ospedali Psichiatrici Giudiziari

Gli «ospedali psichiatrici giudiziari», che hanno sostituito i vecchi manicomi criminali, potrebbero in molti casi essere sostituiti dall’affidamento ai servizi di salute mentale e altre misure alternative. Ma i servizi mancano, e l’inerzia è forte. Così restano sovrappopolati. Rinchiudere è più facile che curare. Una buona metà degli internati negli Opg ha commesso reati minori, ma spesso la «misura di sicurezza» si prolunga molto più della carcerazione corrispondente.

(…) Il codice penale disciplina infatti le condizioni e le conseguenze della «non imputabilità», totale o parziale, «per vizio di mente». Gli Opg dipendono dal Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap) ma l’internamento in questi istituti non è una pena ma una «misura di sicurezza», della quale è definito il tempo minimo (2, 5 e 10 anni in relazione al reato) ma non quello massimo. In sostanza: nell’Opg i caratteri del carcere si sommano a quelli del manicomio.

Questa cornice normativa è rimasta immutata, e anche strutture e risorse sono rimaste in gran parte le stesse di trent’anni fa. Ci sono stati però dei mutamenti molto rilevanti nella normativa che riguarda l’invio e la permanenza in Opg. La Corte Costituzionale infatti, attraverso una ventina di sentenze emesse in gran parte dopo la «legge 180», ha cancellato alcuni degli automatismi più aberranti delle vecchie norme o ne ha indotto la modifica.

Così, pur senza una ridefinizione organica della cornice normativa, si è messo in moto un processo di riforma che ha toccato i canali di ingresso agli Opg e i meccanismi di uscita. Questo, insieme alla 180 e alle norme sul passaggio della sanità penitenziaria al Servizio Sanitario Nazionale (articolo 5 della legge delega 30/11/1998 e decreto delegato 22/6/1999, n. 230), ha creato da tempo le condizioni per ridurre fortemente sia il numero degli internati che i nuovi ingressi.

Il punto è che le possibilità offerte dalle nuove norme in gran parte non vengono colte, né dai servizi di salute mentale né dai giudici e dai magistrati di sorveglianza. Così le ricadute del processo di riforma avvenuto in questi anni restano labili, insufficienti. Pochi casi e luoghi dimostrano come già oggi si possa fare a meno dell’Opg o ridurre fortemente l’uso e la durata di questa misura, ma per lo più prevale un inerziale ripetersi dei vecchi e non più obbligati automatismi.

Questo è il problema chiave su cui puntare l’attenzione: senza smettere di indignarsi per la contenzione degli internati, per il degrado delle strutture e la povertà dei mezzi, ma evitando di imputare interamente agli Opg le responsabilità della situazione attuale, che vanno ridistribuite sul più complesso sistema – magistratura, servizi di salute mentale, amministrazione penitenziaria – che continua ad alimentare l’Opg e le sue aberrazioni.

Un esempio. Oltre la metà degli internati hanno commesso reati minori (alterchi, minacce, danneggiamenti etc) e sono stati perciò «condannati» alle misure di durata più bassa, cioè due anni: si tratta del 49,5% delle persone riconosciute totalmente non imputabili, e del 12,4% di quelle riconosciute parzialmente imputabili. All’opposto, solo al 16,5% degli internati è stata inflitta la misura di durata più alta in quanto autori di reati gravi come l’omicidio. Dunque una metà degli internati ha commesso, in condizioni di sofferenza, reati minori che magari, senza il giudizio di non imputabilità, avrebbero prodotto una carcerazione più breve.

Prima di scandalizzarsi sull’iniquità di una tale situazione, bisogna sapere che l’internamento in Opg oggi non è più la sola conseguenza automatica per chi ha commesso un reato in condizioni di totale o parziale incapacità. La Corte Costituzionale ha infatti riconosciuto da tempo un dato importante: poiché la misura di sicurezza serve a controllare la pericolosità sociale, occorre accertare se questa pericolosità perdura dopo il reato commesso. Non è detto infatti che si mantenga immutato lo stato di alterazione mentale in cui una persona ha fatto, ad esempio, minacce gravi e tentato di metterle in atto, e non è detto che questa persona, anche se non è guarita, tenderà a ripetere quel comportamento e a essere, quindi, pericolosa. Com’è noto, il disturbo mentale si può curare ed è anche possibile modificare le condizioni di vita e il contesto in cui il fatto è avvenuto.

La Corte ha detto perciò al giudice che, quando proscioglie una persona per vizio totale o la condanna a pena diminuita per vizio parziale, deve applicare la misura di sicurezza non automaticamente ma solo se ravvisa la presenza di una pericolosità sociale (art.231 della L. 10/10/1986 successiva all’ abrogazione art.204 del codice penale).

Inoltre, la misura di sicurezza deve essere eseguita solo se il magistrato di sorveglianza (come dice l’art. 679 del codice di procedure penale) accerta che la pericolosità sociale della persona perdura nel momento in cui la misura deve essere eseguita. C’è anche una sentenza costituzionale più recente (n.253 del 2003), che ha dichiarato illegittimo l’articolo 222 del codice penale «nella parte in cui non consente al giudice di adottare, in luogo del ricovero in Opg, una diversa misura di sicurezza prevista dalla legge, idonea ad assicurare adeguate cure dell’infermo di mente e a far fronte alla sua pericolosità sociale». Questa sentenza chiarisce che la misura di sicurezza può essere la libertà vigilata accompagnata dalla prescrizione di un rapporto stabile e continuativo con il servizio psichiatrico territoriale.

Una domanda a questo punto: quanta parte di quel 49,5% di internati avrebbe potuto evitare l’invio automatico in Opg se i servizi di salute mentale, i giudici e i magistrati si fossero messi a lavorare insieme, caso per caso, utilizzando, come in alcune situazioni si fa, gli spazi normativi appena citati?

Un altro esempio. Una sentenza della Corte Costituzionale che risale all’epoca della vicenda Bernardini (la n.110 del 1975) ha stabilito la possibilità di revocare la misura di sicurezza prima del tempo minimo stabilito dalla legge. Questo si è fatto e si fa, ma in casi davvero rari.

Guardiamo infatti la tabella sul numero di proroghe: si tratta di una cifra altissima che, come tutti i direttori di Opg testimoniano, è dovuta, più che al perdurare della malattia e della pericolosità, al fatto che i servizi di salute mentale non vogliono o non possono occuparsi di queste persone. L’Opg diventa perciò, agli occhi del magistrato di sorveglianza che si limita a registrare questo dato, la sola risposta disponibile, anche se non l’unica possibile e di certo non la più adeguata.

Un questione, a questo punto, sulla politica e sulla sua capacità di produrre e governare innovazioni istituzionali orientate al rispetto dei diritti. Abbiamo avuto una riforma, la «180», criticata in quanto non graduale, «violenta», nella scelta di chiudere il manicomio. Abbiamo sotto gli occhi il processo graduale che ha riformato gli Opg. Ma in un caso e nell’altro, abbiamo una politica che poco o nulla ha fatto per promuovere il riorientamento delle istituzioni sulle nuove norme e per scoraggiare la persistenza delle vecchie attitudini e di comportamenti ai margini della legalità. Avrà ben poco esito una riforma organica degli Opg se la politica non saprà riformarsi.

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Gli Opg in Italia in cifre – I dati più aggiornati sulle presenze nei sei Ospedali Psichiatrici Giudiziari (Opg) sono forniti dall’Associazione Antigone, che li ha visitati lo scorso maggio.

Risultavano in tutto 1.266 internati distribuiti come segue: Aversa 316 (capienza regolamentare 164), Barcellona Pozzo di Gotto 215 (capienza regolamentare 216), Castiglione dello Stiviere 225 di cui 90 donne (capienza regolamentare 193), Montelupo Fiorentino 137 (capienza regolamentare 100), Napoli Sant’Eframo 105 (capienza regolamentare 150), Reggio nell’Emilia 268 (capienza regolamentare 120).

Gli internati provenienti da paesi extracomunitari erano 116, il 9,16% del totale. Questa percentuale è molto più bassa rispetto a quella degli extracomunitari detenuti, che sono il 35,31% della popolazione reclusa, ma indica situazioni di grandissima sofferenza anche per la carenza, in queste strutture, di mediatori culturali.

Maria Grazia Giannichedda, Il Manifesto – 22 ago 2007
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